La Leggerezza

di Leonardo Caffo

“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore”. È nota a tutti questa definizione di Italo Calvino, nelle sue Lezioni americane (1985), della parola più ambivalente di sempre: leggerezza. Come filosofo ho ragionato sul lascito di Calvino in tal senso e mi pare di poter dire, con meno poesia forse, che ciò che della leggerezza è fondamentale relazionandola al nostro tempo, il contemporaneo, è l’idea che una sottrazione di quantità equivalga oggi a un’aggiunta di qualità; come se ci fosse, per così dire, un rapporto di inversa proporzionalità tra l’occupazione e la liberazione. Leggeri devono essere i materiali, creando la forma migliore alleggerendone la struttura ideale; leggeri i nostri passi da umani perché l’ecologia, lo sappiamo, impone oggi di ridimensionare moltissime delle nostre pretese;

leggere le immagini, perché troppi sono diventati gli stimoli visivi; leggere le relazioni, perché il precariato e il nomadismo impongono alla gioventù un’instabilità necessaria; leggere le filosofie, perché oggi il ritmo (altra parola cara a Calvino) esige innesti veloci sulle teorie della conoscenza; leggere infine le forme e gli spazi per la vita che verrà, perché questo è il compito di chi viene dopo millenni di occupazione, horror vacui, colonialismo e predazione. Leggere forse anche le parole, perché come diceva Giorgio Caproni soprattutto quando si trasformano in risposte diventano “sassate”.

 

Essere leggeri significa svuotare invece che riempire, pensare non tanto al minimalismo che dal Giappone ha invaso il design occidentale, quanto invece considerare inverso il rapporto tra il - ed il +. Non un less is more ma piuttosto un more is less. Come umani, osserviamo da umani, i limiti del nostro linguaggio diceva Wittgenstein collassano su quelli del nostro mondo: vediamo progresso e aggiunte solo come somme di cose e quantità, come accumuli, eppure nessuno vieta di pensarli come sottrazioni, ripensando al nostro futuro come una teoria del negativo. Sottraggo, dunque sono. È un compito complesso eppure stimolante: cosa può significare pensare il futuro con la forma di una capanna e non di un grattacielo? Che oggetti sono degli oggetti svuotati, svuotanti, invece che pieni, riempitivi?

Leggerezza dunque come paradigma regolativo del contemporaneo nella politica, nelle arti applicate, in quelle teoriche come la filosofia. Mi vengono in mente alcune immagini: Pasolini che gioca a pallone con la maglia del Bologna, la teoria del design intesa come gioco di Bruno Munari, le teorie morali che ci portano fuori dall’antropocentrismo, Falcone e Borsellino che sorridono mentre sanno che tutto salterà in  aria. Leggero è soprattutto l’approccio, ma anche il contenuto: la consapevolezza che per quanto in là possiamo spingerci con la nostra conoscenza, questa resterà sempre limitata - che dell’universo e del mistero della vita non è che sappiamo poco, e che non sappiamo proprio nulla, e che ciò che ci tocca fare e soprattutto imparare a stare al mondo.

 

Leggerezza, e penso non tanto alle “superleggere” ma alle foto dal finestrino di Sottsass o agli schizzi leggeri di Mari. Leggerezza, e penso a chi è stato in grado di invertire il consumo con l’uso: questa è la vera sfida del design, tanto concettuale che del prodotto, la sfida di chi saprà interpretare il ruolo del progetto come una mano delicata che tocca un fiore e non lo strappa per coglierne l’essenza: lo annusa, lo rende immagine, lo osserva come la prova che leggerezza è fine della scomposizione e inizio di una teoria dell’indistinzione del vivente.

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Vision

di Francesca Gambarotto

Il primo numero del nostro magazine è un invito a riflettere sui nostri stili di vita. In quanti modi possiamo sviluppare una vita leggera?  Anche solo 10 anni fa, parlare di leggerezza ci sembrava confinato alla letteratura e alle arti. Oggi, i cambiamenti climatici ci portano urgentemente a riconsiderare la nostra interazione con l’ambiente naturale e a ripensare ai nostri modelli di produzione e di consumo. L’Agenzia delle Nazioni Unite con L’Agenda 2030 ci mostra quanto sia in salita il percorso verso lo sviluppo sostenibile. Gli obiettivi identificati per rendere le nostre economie più produttive, per migliorare il nostro rapporto con l’ambiente e per garantire una vita più dignitosa per ogni persona richiedono un forte impegno trasformativo al quale siamo tutti chiamati a partecipare con le nostre conoscenze, abilità e risorse. Un lavoro duro per diventare più leggeri, quasi un

paradosso, se vogliamo. Leggerezza significa anche questo: ridurre il consumo energetico delle nostre attività per garantire al pianeta la capacità di assorbire i nostri processi trasformativi delle risorse primarie in prodotti e servizi, senza rinunciare alla prosperità. Per ottenere questo risultato, gli esperti ci dicono che dobbiamo realizzare un processo di decoupling ossia di disaccopiamento tra la crescita della produttività e lo sfruttamento delle risorse. Imparare a produrre innovazione ma con attenzione all’impatto sull’ambiente dei nuovi prodotti, dei nuovi processi e materiali che vengono adottati dalle imprese e utilizzati dalle famiglie.

Diventiamo sempre più pesanti: il Global Footprint Network ci dice che ogni anno anticipiamo il giorno di sovrasfruttamento del pianeta, l’earth overshoot day; quest’anno è caduto il 29 luglio e ciò significa che stiamo utilizzando le risorse naturali ad una velocità 1,75 volte superiore alla capacità degli ecosistemi di riprodurre le risorse stesse. Negli ultimi vent’anni abbiamo anticipato tale data di ben 2 mesi.

La leggerezza non è più quindi un’opzione bensì un’urgenza. È necessario accelerare il percorso verso un’economia più resiliente per poter garantire il benessere di tutti. La crescita economica non basta più. Ridurre la nostra impronta ecologica è una necessità oggi, non solo per i nostri figli ma anche per noi. E per

rendere sostenibile questo benessere è necessario un cambiamento di registro nei nostri stili di vita, sia nel consumo che nella produzione. L’innovazione tecnologica e l’industria 4.0 ci aiuteranno sicuramente in questo processo di trasformazione economica. La riprogettazione dei prodotti in una logica di circolarità darà un'altra accelerazione al cambiamento trasformativo; un uso più consapevole dei materiali, del riciclo e del riuso ci aiuteranno a trovare nuovi modelli di business. Ma tutto ciò non sarà sufficiente. Lo sforzo più grande sarà cambiare i nostri comportamenti di scelta e il nostro rapporto con l’ambiente; non considerarlo più un semplice contenitore ma una componente essenziale della nostra vita da tutelare, da amare, da ringraziare. E infine non sottovalutiamo cosa ci dicono i filosofi: vivere più leggeri significa anche vivere più felici.

 

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GVD Souls:

Una storia d’Innovazione vista dall’interno.

di Cesar Arroyo

In questo piccolo articolo, vorrei condividere con voi la mia esperienza di crescita personale e professionale all’interno di un centro di Innovazione ed Eccellenza Padovano: Il Parco Scientifico e Tecnologico Galileo… O come da 5 anni a questa parte è stato ribattezzato: Galileo Visionary District.

 

Visionary lo è da sempre perché da quando sono arrivato dalla non tanto lontana Spagna a fine anni ‘90 per cimentarmi nell’ambito del Design di Prodotto e Comunicazione a Scuola Italiana Design (una delle tante attività di Galileo), ho respirato aria di crescita, di ambizione, di inquietudine… Quello spirito che in qualche modo ti fa sentire sempre irriquieto e ti spinge a cercare novità per continuare un percorso di crescita senza fine apparente. Visionary da sempre nel DNA e solo recentemente dichiarato anche al resto del mondo.

 

La mia visione di Galileo Visionary District è una visione privilegiata. Ho vissuto questa nostra realtà dal basso, da spettatore venuto da lontano per ascoltare ed apprendere. Fino ad oggi, che mi trovo a collaborare con un gruppo di persone straordinarie nello sviluppo di Progetti negli ambiti della Docenza, Innovazione tecnologica, Design e Comunicazione.

 

In questi più di 20 anni, ho visto passare tante persone che hanno contribuito alla crescita del Parco, che ci hanno lasciato un pezzo di cuore per cambiare poi strada. Ma è stato solo 5 anni fa che ho realizzato il vero punto di inflessione e cambiamento profondo e radicale grazie all’arrivo di due figure che hanno fatto cambiare per sempre la natura di questa struttura. Questo cambiamento ha delineato una crescita esponenziale e programmatica potenziando le expertise che oggi Galileo propone al territorio… E per questo devo ringraziare sia Francesca Gambarotto che Emiliano Fabris.

 

Grazie ad un approccio di coesione e condivisione delle competenze di eccellenza maturate all’interno nell’arco degli anni, oggi Galileo rappresenta un vero e proprio punto di riferimento per tutti i servizi di innovazione e cambiamento evolutivo negli ambiti dell’impresa. Dalla nascita di nuove realtà grazie a Startcube al cambiamento ed evoluzione in termini di immagine e posizionamento di realtà già affermate e blasonate del nostro territorio.

 

Oggi, mi sento parte integrante di una grande famiglia che:

 

  • insegna alle nuove generazioni di Designer e Comunicatori
  • accompagna nuove realtà imprenditoriali fino a farle camminare con le proprie gambe
  • sostiene le aziende del territorio nelle necessità di innovazione tecnologica e di prodotto
  • aiuta a creare e diffondere la cultura del Design ed il pensiero laterale nel territorio grazie all’organizzazione di eventi e momenti di condivisione aperti a tutti (specialisti e non)

 

Credo di potere quindi affermare che oggi, Galileo Visionary District è grande grazie a tante piccole persone unite da una visione comune.

 

 

Le nuove frontiere per la “Visual Inspection”:

La tecnologia al servizio dell’operatore.

di Cesar Arroyo

In un’epoca caratterizzata da una vertiginosa evoluzione tecnologica dove i sistemi assistivi e lo sviluppo di nuovi prodotti e apparecchiature basati sull’Intelligenza Artificiale sono alcuni dei punti focali su cui viene accentrata maggiore attenzione mediatica, alcune realtà produttive del territorio hanno cercato supporto in Galileo per lo sviluppo di nuovi concept di prodotto in grado di semplificare operazioni che fino ad ora richiedevano un’alta specializzazione e grandi livelli di attenzione da parte degli operatori.

 

In quest’ambito, Galileo Visionary District, è stato coinvolto nella progettazione di un banco da laboratorio che rappresentasse un netto taglio con il passato ed un deciso salto evolutivo rispetto all’attuale situazione del settore farmaceutico, governato da grandi nomi come Seidenader, Bosch o CMP Pharma.

 

Il progetto in questione si colloca nel settore dei test ed ispezioni visive a campione in laboratorio. Al momento di inizio del progetto, le alternative di prodotto sul mercato predisponevano dei sistemi attraverso i quali l’operatore potesse fare dei controlli visivi diretti attraverso dei sistemi di ingrandimento ed evidenziazione fisica dei difetti sulle confezioni di farmaci tramite lenti e sistemi di illuminazione opportunamente predisposti… Una situazione paradossale dove all’operatore vengono richieste grandi capacità tecniche ed una continua attenzione per potere identificare eventuali disconformità nel prodotto e scartare lotti di produzione grazie ai controlli a campione. Questo impegno porta l’operatore ad un notevole affaticamento sia fisico che psichico circoscrivendo inoltre la tipologia di test realizzato a quelli di sola natura visiva.

 

SAIL, il progetto sviluppato insieme a Bonfiglioli Engineering, realtà del ferrarese parte della multinazionale Tasi Group, specializzata da anni nella produzione di prodotti e sistemi per la realizzazione di test, analisi ed ispezione sia per laboratori che per linee di confezionamento ad alta produttività in ambito farmaceutico, non solo migliora le condizioni di lavoro dell’operatore ma grazie ad un sistema basato su reti neurali, è in grado di auto-apprendere diventando pro-attivo nell’individuazione di disconformità nei prodotti controllati segnalandola al sistema centrale e scartando autonomamente il campione dove il difetto è stato rilevato.

 

Il banco da laboratorio è completamente autonomo grazie ad un cobot che distribuisce il carico di lavoro sulle diverse stazioni che svolgono 3 differenti tipi di test: AVI (Automatic Visual Inspection), CCITT (Container Closure Integrity Testing), HGA (Headspace Gas Analysis).

SAIL è governato da un sistema di Intelligenza Artificiale e Deep Learning per supportare un unico operatore, fornendo dei sistemi altamente intuitivi di controllo attraverso software specificamente progettati dove la parola d’ordine è “semplicità”… Da qui siamo partiti per iniziare il percorso di progettazione del sistema… Pulizia formale, razionalizzazione funzionale e sistemi di controllo/segnalazione nascosti all’interno della struttura stessa del piano che forniscono informazioni visive soltanto quando serve. In questo modo abbiamo cercato di avvicinare un prodotto estremamente ostico dal punto di vista comunicativo ad un ambito più vicino all’arredamento/ufficio.

 

L’utilizzo di materiali come il corian, rende il piano di lavoro estremamente funzionale grazie alle sue caratteristiche di resistenza agli agenti chimici con cui entra in contatto e la sua parziale trasparenza che permette di nascondere i messaggi che indicano lo stato di lavoro delle diverse stazioni.Leggerezza dunque come paradigma regolativo del contemporaneo nella politica, nelle arti applicate, in quelle teoriche come la filosofia. Mi vengono in mente alcune immagini: Pasolini che gioca a pallone con la maglia del Bologna, la teoria del design intesa come gioco di Bruno Munari, le teorie morali che ci portano fuori dall’antropocentrismo, Falcone e Borsellino che sorridono mentre sanno che tutto salterà in  aria. Leggero è soprattutto l’approccio, ma anche il contenuto: la consapevolezza che per quanto in là possiamo spingerci con la nostra conoscenza, questa resterà sempre limitata - che dell’universo e del mistero della vita non è che sappiamo poco, e che non sappiamo proprio nulla, e che ciò che ci tocca fare e soprattutto imparare a stare al mondo.

 

Leggerezza, e penso non tanto alle “superleggere” ma alle foto dal finestrino di Sottsass o agli schizzi leggeri di Mari. Leggerezza, e penso a chi è stato in grado di invertire il consumo con l’uso: questa è la vera sfida del design, tanto concettuale che del prodotto, la sfida di chi saprà interpretare il ruolo del progetto come una mano delicata che tocca un fiore e non lo strappa per coglierne l’essenza: lo annusa, lo rende immagine, lo osserva come la prova che leggerezza è fine della scomposizione e inizio di una teoria dell’indistinzione del vivente.

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I materiali e la leggerezza

di Valeria Adriani

La ricerca della leggerezza, senza ridurre la resistenza meccanica, interessa trasversalmente tutti i settori merceologici; per ottenere un prodotto leggero ma tecnicamente valido si può lavorare sulla progettazione ma anche sulla scelta dei materiali.

Spesso, per molte applicazioni, si cerca di sostituire il metallo che, nonostante sia ottimo per le prestazioni termo-meccaniche e per la semplicità di lavorazioni, è molto pesante. In questi anni MaTech è stato coinvolto in diversi progetti di ‘metal-replacement’ allo scopo di individuare materiali alternativi al metallo, più leggeri ma con prestazioni tecniche simili. La scelta della soluzione alternativa, se esistente, deve sempre partire da uno studio preliminare del prodotto specifico, dalle proprietà tecniche richieste, dalle condizioni di lavoro, dai vincoli di forma ed eventualmente di processo di trasformazione, dai volumi produttivi e dai costi accettabili.

In alcuni casi si può ricorrere all’uso di plastiche che, nelle versioni più performanti, sono chiamate ‘tecno-polimeri’. Pur offrendo in senso assoluto prestazioni inferiori e durata più breve rispetto ai metalli, garantiscono in molti casi caratteristiche sufficienti per l’applicazione in cui sono previste; inoltre risultano molto più leggere, non si ossidano, sono spesso intrinsecamente autolubrificanti e infine permettono la realizzazione di forme complesse ed economicità per alti volumi di produzione. Un esempio concreto, frutto di una collaborazione storica tra MaTech e l’azienda trevigiana Saccon srl, è stato l’elemento ‘tamburo’ di un freno per carrozzine per disabili, prima in alluminio e poi riprogettato con successo in tecnopolimero (vedi foto 1).

Oltre alle soluzioni polimeriche, anche i materiali compositi offrono valide alternative ai metalli e, in un’ottica di incremento della leggerezza dei manufatti, consentono vantaggi estremamente competitivi.

I compositi sono materiali la cui intuizione originaria scaturisce dall’osservazione della natura, sebbene poi l’ingegno dell’uomo sia riuscito a valorizzarne il principio funzionale per moltissimi usi. Il tronco di un albero o le ossa del nostro corpo sono i precursori naturali dei moderni materiali compositi destinati alle applicazioni strutturali. Entrambi, infatti, si caratterizzano per la coesistenza di due fasi distinte, l’una con funzione di sostegno e resistenza e l’altra di coesione. Se si considerano separatamente i due costituenti, le proprietà che essi sono in grado di garantire sono sensibilmente inferiori rispetto a quelle del materiale ottenuto da una loro combinazione. Tuttavia è grazie alla ricerca tecnologica se oggi si possono impiegare i materiali compositi in applicazioni prima impensabili e comunque profondamente più evolute rispetto a quanto il legno o l’osso facessero prefigurare. Oggi si parla infatti di materiali compositi o, solamente, ‘compositi’ in modo abituale e ricorrente perché molti prodotti di uso comune ne sono costituiti: racchette da tennis, telai di biciclette, sci, caschi, scavi di imbarcazioni, tessuti e molti altri ancora. Sono sempre più diffuse le strutture in composito dove siano richiesti basso peso ed elevate caratteristiche meccaniche, come nelle industrie aeronautica, navale e automobilistica, dove vengono utilizzati per le strutture alari, fusoliere, carrelli, barche, canoe, pannelli di carrozzeria, componenti strutturali per la Formula 1, sospensioni e parti di motore.

Le tipologie più diffuse di composito sono quelle formate da resina, come legante, e rinforzo in fibra di Carbonio, vetro e Kevlar, anche se esistono oggi versioni più innovative con tipi di resine e parti tessili diverse.

Sicuramente per un’azienda che intende passare dall’uso di materiale metallico ad uno composito si prevede non solo un maggiore impegno economico, ripagato però da un alleggerimento sensibile del prodotto, ma soprattutto uno sforzo nel cambio di tecnologia per la lavorazione di questi materiali, completamente diversa da quella tradizionale dei metalli.

Altre soluzioni strutturali ma leggere, che possono portare elevati vantaggi in molte applicazioni, sono offerte dagli honeycomb e dai pannelli sandwich. L’honeycomb (in inglese “nido d’ape”) è la riproduzione in alluminio, in policarbonato, in kevlar, in carbonio, in carta impregnata con resine, etc. della struttura di un alveare realizzato in cera. Le caratteristiche dominanti degli honeycomb sono la leggerezza, l‘elevata rigidità flessionale e l’ottima resistenza all’impatto; queste caratteristiche ne fanno materiali adatti ad essere utilizzati come anima (core) all’interno di pannelli sandwich compositi; questi ultimi si ottengono accoppiando una struttura alveolare con due fogli sottili (pelli) realizzati in diversi materiali (foto 2 e 3).

fig. 1

fig. 2

fig. 3

fig. 4

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La carta compostabile più leggera del mondo

di Eva Tenan

La carta compostabile più leggera del mondo

Sapete cos’è la “carta politenata”? Forse i meno esperti non sono preparati a questo termine, eppure è un tipologia di carta di ampio utilizzo in commercio e che praticamente tutti noi siamo soliti maneggiare: avete presente quando ordinate i salumi al banco? O quando ordinate delle patatine fritte? Ecco, proprio quella ! Si tratta di una carta speciale dato che è l’unica che ci consente, una volta concluso l’acquisto, di tornare a casa conservando l’aroma, il sapore e le proprietà nutrizionali dell’alimento, senza tuttavia ungere durante il trasporto e, nel caso in cui il pasto o lo spuntino non vengano consumati immediatamente, di conservare il prodotto per qualche giorno; ugualmente non manifesta migrazioni chimiche contaminanti. La carta politenata viene prodotta attraverso un processo denominato extrusion coating che consente di stratificare sopra un foglio di carta un sottile film di materiale plastico, nello specifico in polimero di

 

polietilene. Ottimo! Grande invenzione la carta politenata! Si, esiste tuttavia un aspetto importante che, specialmente in questi ultimi tempi, sta assumendo importanza sempre più rilevante: lo smaltimento del rifiuto. Purtroppo non si tratta di una carta ecosostenibile, poiché il materiale, essendo costituito da due strati di differente composizione chimica, la cellulosa e il film plastico, non può essere facilmente recuperato. Sensibile a questa problematica, l’azienda A.R.T. Cart S.p.A., di Moggio Udinese, grazie ad una recente collaborazione con MaTech, distretto di Galileo Visionary District dedicato allo scouting di materiali e tecnologie innovative e che opera al servizio delle imprese interessate ad innovazione di prodotto, ha sviluppato una nuova tipologia di carta ecosostenibile compostabile per uso alimentare. Questa innovativa carta prevede l’impiego di un polimero derivato da risorse rinnovabili sostitutivo del polietilene, e può essere adoperata per le stesse tipologie d’uso della carta attualmente in commercio. Si tratta di una innovazione unica nel mercato, dato che A.R.T. Cart S.p.A., non solo è stata in grado di processare il nuovo materiale, ma è attualmente l’unica azienda al mondo che è stata capace di estrudere e stratificare il film bioplastico in spessori estremamente ridotti, 12 micron, cosicché da moderare lo spreco e limitare notevolmente il peso delle bobine finali: un guadagno in leggerezza che influisce anche nel trasporto.

 

 

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SID - Scuola Italiana Design

Relazione Sintetica Anno di Studi 2018/19

Un anno intenso per Scuola Italiana Design quello che 2018/2019. Un percorso di formazione, docenza, creatività e risultati importanti che hanno permesso alla divisione di formazione del Parco Scientifico e Tecnologico Galileo Visionary District di registrare nuovi record pronti per essere superati ancora una volta nei prossimi anni. Tra studenti, docenti e aziende si è confermata una collaborazione tanto creativa quanto concreta: al di là della ricca esperienza educativa e umana che si sviluppa nelle aule e nei Master Project verticali di Sid sono i numeri dell'impegno dell'intero sistema formativo della Scuola a dare una dimensione plastica del ruolo culturale e operativo che la divisione di formazione del Galileo Visionary District ricopre sul territorio.

 

Nel corso dell’anno di studi 2018/19 sono state erogate 5.105 ore di lezione a 220 studenti nei 3 anni del progetto formativo in “Design del Prodotto e Comunicazione”, con una crescita del + 12% rispetto all’anno accademico precedente e del 40% rispetto al vecchio ciclo di studi (2014/15).

A conclusione dell’anno si sono diplomati 55 studenti, con una provenienza del 47% dall’area artistica, del 34% dall’area tecnico-scientifica, del 10% dall’area umanistica e del 9% dalla formazione professionale.

Il percorso formativo degli Studenti SID passa non solo attraverso la formazione in aula e, a tal proposito, ricordiamo come il numero di Docenti sia passato da 16 a 34 prima della riforma del ciclo di studi (2014/15); organizzando gli insegnamenti in 5 aree disciplinari complementari tra loro: PRODUCT, VISUAL, HUMAN SCIENCE, MANAGEMENT e MULTIMEDIA le quali rappresentano i pilastri di un approccio olistico aggiornato al profilo contemporaneo di questa professione sempre più multidisciplinare ed integrata. Da questo punto di vista, Scuola Italiana Design è tra i primi istituti in Italia ad avere realizzato un piano di studi con un approccio didattico non verticale su di un ambito della progettazione ma orizzontale e legato ad una “progettazione liquida” senza confini netti tra prodotto e grafica, analogico e digitale, market-oriented o technology driven.

Attraverso format come i Master Project (3 mesi di progettazione in co-docenza che simula l’attività di una vera e propria design agency), i Workshop (settimane full- immersion dedicate al concept design e all’envisioning) e i Camp (vere e proprie hackathon creative che si fondano sull’utilizzo della metodologia del design thinking di cui Scuola Italiana Design è pioniera in Italia), gli Studenti hanno avuto modo di collaborare con 20 Aziende Partner per l’anno di studi appena concluso: AXOLIGHT (lighting), FITT (tubi flessibili), INTERCHEM (chimica), RONCATO (valigeria), DAL NEGRO (carte da gioco e giochi da tavolo), NIDEK (strumentazioni oftalmiche), SISMA (meccanica di precisione), ELITE (accessori per il ciclismo), MARCATO (macchine per la pasta), ARISTARCO (lavastoviglie professionali), ALBERTO DEL BIONDI (calzature), FONDAZIONE MODIGLIANI (fondazione artistico-culturale), BATAZZI (metalli preziosi), PROFILPAS (profili decorativi e architettonici), PLEIADI (giochi scientifici), LA MECCANICA (beni strumentali), MEDICINOS RINKODARA (medicina clinica), AMBER BY MAKUZNA (gioielleria), NERINGOS KOMUNALININKAS (municipalità).

 

Si tratta di aziende importanti, di varie dimensioni, nazionali ed internazionali e, soprattutto, appartenenti a settori merceologici molto diversi, a testimonianza di come il design rappresenti un fattore chiave per l’innovazione, trasversale ad aree e segmenti di mercato sempre più ampi e, talvolta, lontani dai classici stereotipi ai quali questo termine viene spesso legato.
Da sottolineare, per la seconda volta nella sua storia (dopo la mostra Steel&Style in collaborazione con Salvagnini), Scuola Italiana Design ha partecipato con un proprio progetto al Salone del Mobile di Milano (dopo 3 anni consecutivi con progetti sperimentali presentati al Fuorisalone): nello specifico, si è tratta di un allestimento progettato e disegnato per AXOLIGHT nella cornice di EUROLUCE, il Salone Interazione dell’Illuminazione.

 

Sempre dal punto di vista della collaborazione con le imprese e, nel solco di una sempre maggiore integrazione tra le divisioni del GALILEO Visionary District, degno di nota è il progetto di Economia e Gestione delle Imprese che vede la collaborazione tra gli Studenti del Secondo Anno e alcune start-up incubate in Start Cube, l’incubatore universitario d’impresa.

 

4 le start-up coinvolte per l’anno di studi 2018/19: ROKS (abbigliamento da ciclista con rinforzi in

carbonio per attenuare l’abrasione in caso di caduta),

Indicatori di Sintesi per l’Anno di Studi 2018/19:

 

• Studenti: 220

• Diplomati: 58

• Aziende Partner: 20

• Fatturato Didattica: 1.012.000 Euro

• Fatturato Progetti: 258.500 Euro

• Fatturato Totale: 1.270.500 Euro

 MEKELLO (piattaforma per incentivare il fai-da-te attraverso corsi prenotatili online direttamente con insegnanti amatoriali), VETEKIPP (integratori alimentari per la dieta casalinga dell’animale domestico), CERTO (certificazione delle opere dell’ingegno attraverso la blockchain).

 

A livello di promozione di Scuola Italiana Design presso i futuri Studenti, sono da sottolineare la partecipazione ad oltre 30 incontri di orientamento che hanno permesso di entrare in contatto con più di 1.000 Studenti delle seguenti regioni: Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto-Adige, Lombardia ed Emilia Romagna. Da sottolineare la partecipazione ad importanti Saloni dell’Orientamento quali: Job&Orienta (Verona), Giornate dell’Arte (Bologna) nonché Open Day aperti a tutti gli Istituti Superiori delle Province di Brescia, Ravenna, Forlì, Modena e Trento.

 

Ai fini dell’ammissione al Triennio per l’anno di studi appena concluso sono stati effettuati oltre 150 colloqui e relativi test’ingresso.

Per quanto concerne le relazioni internazionali, attraverso il programma Erasmus+ (finanziato dall’Unione Europea per il quinto anno consecutivo) si è rafforzata la partnership tra SID, UNIBZ Libera Università di Bolzano, VDA Vilnius Academy of Arts (Lituania) e Gdansk Academy of Fine Arts (Polonia) che vede il coinvolgimento di Studenti e Tutor provenienti da queste quattro realtà attraverso format di co-design workshop in collaborazione con aziende europee.

Infine, sempre dal punto di vista dei rapporti con l’estero, quest’anno è stato siglato un accordo tra SID e Paris Ouest Nanterre che si è concretizzato in un progetto Padova- Parigi in collaborazione con VALIGERIA RONCATO mettendo in relazione i nostri Studenti con i loro omologhi francesi del corso in “Marketing e Strategia d’Impresa” diretto dal Prof. Kamel Ben Youssef.

 

Oltre ad apportare un grande bagaglio formativo, di crescita personale e professionale per i propri Studenti, Scuola Italiana Design lega le persone creando un gruppo le cui esperienze ed emozioni vengono ricordate anche a distanza di anni. Sono stati organizzati momenti di ritrovo in cui i partecipanti potessero essere coinvolti anche a livello informale. Dunque non solo la Cerimonia di Apertura e quella di Chiusura dell’Anno di Studi, ma anche le varie feste accademiche e i momenti di relax durante i workshop tra cui la tradizionale Cena d’Estate a chiusura dell’evento SID Summer Workshop che mette assieme studenti, docenti, staff e imprese.

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The lightness of agile organizations.

The opportunity of Industry 4.0.

Diventare agili con Industria 4.0: la digitalizzazione che crea leggerezza

 

La dinamica è quella branchia della fisica che si occupa di studiare la relazione tra le forze e gli effetti che esse causano su un corpo. Grazie alla dinamica possiamo spiegare il moto dei corpi, dagli astri fino alle più piccole particelle. Anche le aziende però si muovono e si evolvono sotto l’azione del proprio management e grazie alle attività svolte da tutti coloro che la vivono quotidianamente. Perché allora non provare ad utilizzare la fisica per capire e spiegare la dinamica di un’azienda (Barbazza,2017)?

 

La seconda legge della dinamica ci dice che l'accelerazione di un oggetto è direttamente proporzionale alla forza risultante agente su di esso e inversamente proporzionale alla sua massa.  In particolare, l’accelerazione è la capacità di un corpo di variare l’intensità e la direzione del suo moto. All’interno di un ecosistema produttivo non si parla di accelerazione, bensì di agilità (Rigby, 2016). L'agilità può essere definita come la capacità di un'impresa di reagire rapidamente a cambiamenti interni ed esterni e consiste di due aspetti principali: rilevamento e risposta. La massa o inerzia, invece, misura la resistenza di un corpo ad essere accelerato. Infatti, la stessa forza agente su un corpo di piccola massa, e quindi leggero, produce un'accelerazione molto maggiore che su un corpo di grande massa, che con la stessa spinta cambierebbe di poco la propria velocità.

 

La “massa” di un’azienda corrisponde alla sua struttura interna ed è costituita dal suo management, dalla sua forza lavoro e dai suoi processi di creazione del valore.

Se l’accelerazione rappresenta lo stato dinamico del sistema e la massa ne definisce le sue caratteristiche intrinseche, la forza rappresenta ciò che ne causa i cambiamenti. Può essere positiva se lo favorisce (spinta), negativa se si oppone (resistenza/attrito). Le “forze” che più di tutte spingono un’azienda sono, senza dubbio, la visione e la strategia di investimenti dettata dal management. Contribuiscono alla spinta anche altri elementi come il supporto dei partners, le opportunità del mercato, le regolamentazioni normative favorevoli. Al contrario, sono fattori frenanti elementi come la burocrazia, le incertezze del mercato, i concorrenti.

 

Tutti questi aspetti legati alle prestazioni di un’azienda possono essere resi più efficienti ed efficaci attraverso la digitalizzazione. Di fatto la digitalizzazione, se ben sfruttata, permette di creare sistemi più “leggeri” e quindi capaci di rispondere più agilmente alle sfide quotidiane. Il piano nazionale “Industria 4.0” rappresenta l’opportunità (e spesso la necessità) per molte organizzazioni di investire sulla digitalizzazione dei propri processi in modo da migliorare le proprie capacità di rilevamento e risposta (Overby, 2006).  In quest’ottica, la sfida più grande che le aziende sono costrette ad affrontare riguarda la gestione del cambiamento digitale (De Carolis, 2017). Dove e come investire in digitalizzazione per poter snellire la propria organizzazione e renderla più agile e quindi competitiva? Si possono identificare quattro driver di intervento su cui agire per diventare agili: connettere le persone, sfruttare la tecnologia, trasformare dati in informazioni e creare workflow (Evans,2012).

 

In ambienti mutevoli come il mercato globalizzato di oggi, il successo di un’azienda deriva dalla sua abilità di reagire rapidamente alle sfide quotidiane e grazie alla digitalizzazione possiamo creare organizzazioni snelle, leggere e reattive. Essere agili significa essere capaci di adattarsi ai rapidi cambiamenti che ci aspettano. Forse non possiamo superare il futuro, ma possiamo diventare abbastanza veloci da corrergli a fianco.

 

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Intervista a Playcast

a cura di

Ciao! Attualmente siamo tre soci fondatori che provengono da ambiti molto diversi. Io, Jacopo, sono architetto e curo l’aspetto tecnico del progetto; Davide, chirurgo ortopedico, sovrintende quel che riguarda la parte medica; Nicola, imprenditore ed esperto manager, controlla finanze ed espansione di PlayCast. Si è aggiunto ultimamente alla squadra Matteo, che si sta dedicando ad una branca tutta nuova di PlayCast. E prossimamente allargheremo ulteriormente la nostra famiglia.

 

1—

Ciao ragazzi, chi siete e come è composto il vostro team in termini di competenze e organizzazione?

Ciao! Attualmente siamo tre soci fondatori che provengono da ambiti molto diversi. Io, Jacopo, sono architetto e curo l’aspetto tecnico del progetto; Davide, chirurgo ortopedico, sovrintende quel che riguarda la parte medica; Nicola, imprenditore ed esperto manager, controlla finanze ed espansione di PlayCast. Si è aggiunto ultimamente alla squadra Matteo, che si sta dedicando ad una branca tutta nuova di PlayCast. E prossimamente allargheremo ulteriormente la nostra famiglia.

 

 

 

 

2—

Come mai avete scelto questo nome

per la vostra azienda?

PlayCast risolve molti dei problemi che un gesso ortopedico genera, permettendo a chi deve rimanere immobilizzato di non fermarsi e continuare a fare la propria vita di tutti i giorni. Quindi nel nome abbiamo unito due termini inglesi: il primo, “Play”, indica il gioco, il divertimento, ma anche l’inizio, la partenza, l’azione, il fare; il secondo è la traduzione diretta di quello che noi chiamiamo “gesso” ortopedico. Così facendo pensiamo di aver rappresentato bene il concetto già nel nome.

 

 

 

 

 

3—

Da cosa è nata l’idea?

L’idea è nata dall’incontro mio con Davide. Abbiamo unito le nostre competenze e ci siamo chiesti se potevamo risolvere i problemi che dal 1851 il tradizionale gesso provoca ad adulti e bambini e ci siamo messi a lavorare sul come rendere PlayCast reale ed utilizzabile nei centri di cura. Lungo il nostro percorso abbiamo incontrato Nicola che ci ha portato il tassello economico-finanziario che mancava.

 

 

 

 

 

4—

Cosa significa ‘leggerezza’ per te, declinata

nel tuo business/nella tua vita?

Deformazione mi porterebbe a rispondere subito la leggerezza di PlayCast, che è un quinto il peso di un gesso ortopedico tradizionale. Uscendo da deformazione e declinando ‘leggerezza’ nel mio business penserei subito ad una assenza di inutile burocrazia o a protocolli veloci e semplici per gestire l’attività. Quindi più in generale userei “automatismo” per descrivere leggerezza nel business. Diverso nella vita dove forse assocerei ‘leggerezza’ ai momenti spensierati privati, dove ansia e tensione non esistono. Anche qui se dovessi usare un termine per descrivere ‘leggerezza’ nella mia vita userei “birretta fra amici”…

 

 

 

 

 

5—

C’è differenza tra essere il founder di una startup o un imprenditore nel senso tradizionale del termine?

Vedo il fondatore come un qualcuno che ha avuto una idea e ha avuto il coraggio (o la pazzia) di andare in Camera di Commercio ad aprire la propria startup. L’imprenditore, secondo me, è chi è capace di rendere commerciale e commerciabile una idea e fare in modo che questa commerciabilità rimanga stabile e il più proficua possibile nel tempo.

 

 

 

 

6—

Quali sono i vostri “superpoteri”

rispetto ai competitor?

In primis ci piace tantissimo ciò che facciamo, sia dal punto di vista della nostra soddisfazione personale, sia dal punto di vista sociale (quando risolvi problematiche legate a bambini la soddisfazione è indescrivibile e infonde molta energia). Dal punto di vista tecnico abbiamo realizzato internamente uno scanner unico nel suo genere che permette scansioni 3D immediate, istantanee, precise, senza movimentazioni e su superfici di qualsiasi dimensione. Il nostro PlayCast può essere stampato con qualsiasi stampante 3D, senza alcun supporto, evitando sprechi di materiale e tempi di lavorazione post-stampa. Il nostro sistema di chiusura, brevettato, permette sicurezza dal punto di vista medico-legale (accontentando medici e assicurazioni), praticità nell’applicazione (accontentando medici e pazienti) e possibilità di controllo senza necessità di ristampare PlayCast (accontentando i medici e le strutture sanitarie). Abbiamo brevettato già anche il futuro di PlayCast, ossia da puro e semplice immobilizzatore passivo farlo diventare un immobilizzatore attivo con materiali rigidi e morbidi, circuiterie e sensori integrati, così da cominciare la cura appena subito il trauma.

 

 

 

 

7—

Il tuo è un business visionario, come sta cambiando il mercato in cui vi state inserendo? (es: cambiano le tecnologie, cambiano i clienti…)

Cambiamo profondamente la tecnologia e il sistema di produzione usati attualmente nell’ambito ortopedico (e non solo). Sarà la precisione di una macchina (scanner + stampante 3D) a realizzare l’immobilizzazione necessaria e non una persona, a volte non preparata a dovere (quante volte si torna in ospedale perché il gesso è troppo stretto o dà fastidio?). Se pensiamo ai tutori, non sarà più necessario avere a magazzino tutte le misure standard, magari non corrette per una determinata patologia: verrà realizzato un tutore su misura e con le caratteristiche adatte al trauma da trattare, personalizzato ed esteticamente sicuramente più bello!

 

 

 

 

8—

Tornando indietro, lo rifareste?

Lo rifaremmo più e più volte!

 

 

9—

Quali consigli dareste per chi vuole avviare una startup?

Crederci tanto e resistere sempre.

Intervista Doppia

a cura di

Luciano Cortiana

Human Resources Senior Director in F.I.S. – Fabbrica Italiana Sintetici S.p.A.

 

 

 

 

Pear Harbor perche dalle difficoltà più grandi bisogna sempre risollevarsi, facendosi aiutare anche dai sentimenti

 

 

 

Una frittura di pesce appena pescato e ovviamente appena fritto

 

 

 

 

Milano dove è difficile viverci ma dove è possibile fare tutto

 

 

 

 

Essere convinti che le persone sono l’unico tesoro che in Azienda possa fare la differenza e metterci l’anima perché questo succeda.

 

 

 

 

Sono le soluzioni delle cose più complesse che danno la maggiore soddisfazione in questo lavoro, recuperare delle risorse finite in un vicolo ceco, con dei percorsi di job rotation è la cosa che mi soddisfa di più, la cosa più complessa è l’impatto con le nuove tecnologie, questo perché essendo ormai “diversamente giovane”, mi risultano più adatte a una generazione più giovane.

 

 

 

 

La funzione HR è oggi una struttura che lavora in funzione del business, di fatto è il “braccio armato” del business, il futuro è una parte rielaborata del presente e sicuramente è il risultato di quello che succede oggi ma soprattutto di quello che è successo ieri che ovviamente bisogna conoscere.

 

 

 

 

 

Detto che per me la “leggerezza in azienda” è la libertà di esprimere al meglio le proprie potenzialità senza paura di sbagliare, il lavoro in team da noi molto incentivato è a mio avviso leggerezza allo stato puro. Il laborato

 

 

Lara Facchinetti

HR del Gruppo Zamperla s.p.a.

 

 

 

 

 

“La vita è bella”, amore, ottimismo e forza d’animo in tanta semplicità

 

 

 

 

Un’amatriciana, dal gusto deciso

 

 

 

 

 

NYC, un pezzo della mia crescita

 

 

 

 

 

Cucinare la ricetta giusta, fatta di tanti ingredienti, affinché le persone trovino soddisfazione e diano il loro meglio al lavoro

 

 

 

 

Mi dà soddisfazione quando vedo approdare a posizioni con responsabilità importanti persone che ho contribuito a scegliere e a far crescere

Tutti hanno almeno un punto di forza, non sempre è facile scovarlo

 

 

 

 

 

 

Davanti vedo tanta tecnologia da imparare ad applicare al nostro mestiere, ma altrettanta empatia da mettere in campo con le persone, la capacità di dialogare con bisogni diversi

 

 

 

 

 

 

 

Stiamo imparando a prenderci meno sul serio nei conflitti e a dialogare meglio,  attraverso workshop sulle comunicazioni difficili, in cui sperimentiamo che una sana comunicazione è alla base di tutto, dall’efficienza dei processi allo stare bene insieme

Stiamo sperimentando cose nuove in tutti gli ambiti dell’organizzazione, con “leggerezza”, senza la paura di sbagliare, che vuol dire consapevoli che un prototipo che non funziona vale più di non aver fatto nulla

o ma soprattutto non ci facciamo mancare le occasioni di festa insieme (non è raro per noi affettare qualcosa e brindare insieme…)

 

 

 

 

 

 

 

Se fossi un film saresti:

 

 

 

 

 

Se fossi un cibo saresti

 

 

 

 

 

Se fossi una città saresti

 

 

 

 

 

Cosa significa essere HR Manager?

 

 

 

 

 

Una cosa che ti dà soddisfazione ed una che trovi complessa nel tuo lavoro?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come sta cambiando il tuo ruolo aziendale?

 

 

 

 

 

 

 

 

Quali iniziative state portando avanti come azienda per "portare un po’ di leggerezza" tra le persone, tra i processi, tra le funzioni aziendali?

 

 

 

 

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issue#1 — febbraio 2020

 

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